HomeCulturaStorie di bambini e di donne nell'Olocausto

Storie di bambini e di donne nell’Olocausto

Ascolta la versione audio dell’articolo

All’ombra della Macrostoria si consumano da tempo immemorabile tragedie rimaste senza un nome e senza memoria. Sono in particolare i civili, le donne, i bambini, gli anziani e gli infermi a pagare un prezzo che non ha giustificazione. Anche il nazismo, anche il secondo conflitto mondiale non fanno eccezione e la ricerca storica non smette di provare a scovare e ricostruire microstorie che drammaticamente evidenziano l’assurdità della violenza scatenata contro gli inermi.

Yad Vashem

Per il Giorno della Memoria val la pena scoprire l’iniziativa con la quale il Centro internazionale di commemorazione, documentazione, ricerca e educazione Yad Vashem accende nuovi riflettori sulla Shoah: una serie di mostre ready2print, «pronte da stampare», concepite in diverse lingue in pacchetti per così dire blindati, «prendi o lascia», e con un severo protocollo di realizzazione e uso gratuito dei pannelli, del materiale fotografico e dei testi.

L’idea è di andare incontro a chi voglia confrontarsi o proporre temi collegati alla Shoah anche a pubblici ristretti, spaziando dalla domanda ancora priva di risposta «come fu umanamente possibile?», all’arte prodotta nei campi di concentramento, o al poco conosciuto tema del salvataggio di ebrei da parte di albanesi musulmani.

(foto Yad Vashem)

Due mostre

Due mostre sono dedicate alle donne e ai bambini, alla loro vulnerabilità, e anche alla loro capacità di resistere al male.«Spots of light» approfondisce la quotidianità al femminile, prendendo il titolo da una poesia di Dalia Rabikovitch: «Punti di luce in questa materia oscura…» e presenta destini di donne, mogli, madri, amiche, lavoratrici, partigiane di varie nazionalità, risucchiate dal nazismo.Non destini eclatanti, clamorosi, bensì drammi personali intimi, sommessi, che affiorano attraverso testi e documenti visivi: «Voglio ridere e consolare, combattere battaglie, amare e odiare, tenere in mano il paradiso», scriveva lma Merbaum-Eisinger, morta a 18 anni.«Mangiavamo col pensiero», è il ricordo della sopravvissuta Valy Kohn.«Non riuscivo a rassegnarmi al fatto che per godere del privilegio di una relativa calma durante il giorno, dovevo accettare di essere infastidita la notte», è la rievocazione di Fanny Solomian, unitasi alla resistenza polacca.«Stelle senza cielo» è invece un dolente viaggio dentro l’infanzia rubata di una folla di bambini, costretti ad inventarsi troppo in fretta una vita da adulti: «Nel ghetto correvo di qua e di là cercando cibo, rubandolo. E’ così che di solito portavo a casa il cibo. Questa fu la mia infanzia», sono i ricordi di Yosef.

La mostra propone anche commoventi sguardi sull’infanzia violata dal nazismo: «Ogni spillo diventava una bambola. Scatole di fiammiferi diventavano letti» riferiva Ruth.«Un ufficiale tedesco mi mise a lavorare nella cucina delle SS. Gli lucidavo le scarpe, gli pulivo la stanza e lui mi diede la cosa più importante di tutte, che gli altri bambini non avevano, e cioè un’uniforme da prigioniero» rammentava Daniel.Anche i bambini che riuscirono a far parte dei «Kindertransporte» mandati all’estero per sfuggire alle persecuzioni e che venivano accolti da famiglie estranee al loro mondo, sono rimasti segnati per sempre: dapprima dalla necessità di prescindere dalla propria identità personale e culturale per assumerne un’altra e potersi ricostruire una vita, e nel dopoguerra per l’ineluttabile faccia a faccia con tutto il dolore che avevano dovuto seppellire dentro di sé e che esplodeva davanti a documenti di morte o a incontri con genitori devastati.

Notizie correlate

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui