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Le storie, la vita, la morte: Joan Didion

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Sul finire dell’anno ci ha lasciato Joan Didion, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice americana. Molti l’hanno conosciuta grazie al documentario Netflix “Il centro non reggerà”, girato dal nipote, l’attore e commediografo Griffin Dunne. Vogliamo omaggiarla qui, “giù dal lettino”, perché Didion è stata una fautrice dello scendere giù, dallo scrittoio, per le strade, tra le persone, per raccogliere e raccontare storie.

«Noi ci raccontiamo storie per vivere» è l’incipit di una delle sue raccolte di saggi più belli, “The White Album”.

“New Journalism”

Esponente del “New Journalism”, Didion, oltre a cinque romanzi, ci ha infatti lasciato alcuni reportage fondamentali per capire la nostra contemporaneità. Libri come Verso Betlemme e Finzioni politiche hanno sondato in profondità il sogno americano: Didion ha raccontato i sogni e le illusioni degli hippies di San Francisco, degli sposi usciti dall’industria matrimoniale di Las Vegas, del circo politico legato alla campagna elettorale presidenziale del 1988, immergendo se stessa, da una costa all’altra degli USA, nella vita delle persone raccontate, mettendosi spesso a nudo (meraviglioso il suo saggio sulla sua fascinazione per l’archetipo della maschilità, John Wayne).

Joan Didion (Afp)

“L’anno del pensiero magico”

Ma il libro a cui siamo più legati è sicuramente “L’anno del pensiero magico”, vincitore del National Book Award, scritto dopo la morte del marito John Gregory Dunne, amato partner di vita e di lavoro (insieme hanno firmato sceneggiature come Panico a Needle Park). Perché Didion, oltre all’importanza delle narrazioni “per vivere”, ci ha raccontato anche il rapporto con la morte e l’elaborazione del lutto.

«La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita» è una delle tante folgoranti verità del suo memoir.

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