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Un bunker per la memoria

Alla figura straordinaria di Aron “Al Capone” Szapiro è dunque dedicato questo reportage narrativo tra Ucraina, Stati Uniti e Israele, Drohobicz, Miami e Rehovot, con interviste ai sopravvissuti e un taglio narrativo anche se basato su storie vere.

Bernard Mayer

Bernard Mayer era un ragazzino all’epoca anche se si sentiva uomo nelle avversità e deve la salvezza al bunker costruito per lui e altri ebrei da Szapiro. Sopravvivere al genocidio nazista richiedeva una combinazione astrale di resilienza, fortuna e risorse non solo economiche: “Tu non potrai mai capire che cosa vuol dire quando ti danno la caccia come ai cani. Anzi, nemmeno ai cani. Perché i cani i nazisti li lasciavano andare liberi per la strada e a noi davano la caccia come ai topi” dice Bernard nella sua villa di Miami all’autore dopo essersi a lungo raccontato come per marcare un contrasto tra la necessità di dire e la difficoltà di farlo a un livello profondo che vada oltre l’eccezionalità della trama. Il fattore decisivo per la salvezza nel suo caso è la lontananza del bunker dal ghetto che sarà distrutto con le granate e la scelta temeraria di affidarsi alla custodia di un goym, un non ebreo, Ivan Bur. Il giovane Bur era infatti ucraino, ex dipendente del proprietario della casa sotto la quale si trovava il bunker, Hermann Schwartz, a sua volta nascosto dentro. Bur era sposato con la sorella di un agente della milizia ucraina. Questo legame con le forze collaborazioniste sarà decisivo nel proteggere il rifugio durante una ispezione che andrà vicinissima a scoprirlo. Difficile parlare di scelte in simili circostanze ma il terreno di salvezza nel quale si trova immerso il bunker è al confine tra il bene e il male. Bernard Mayer e altri 45 ebrei passeranno 17 mesi sottoterra in attesa dell’Armata rossa, tra canti yddish, pidocchi, afa, puzza, un’epidemia di tifo e partite a scacchi. Dopo avere suonato il campanello, Bur apriva la botola di cemento ed entrava con “agilità scimmiesca” passando per uno stretto cunicolo. Una ventata d’aria rinfrescava gli animi spaventati e accaldati degli ebrei che passavano il tempo come “sepolti vivi” in un antimondo. Di notte mangiavano e di giorno dormivano. Ogni tanto Bur scendeva per recuperare una delle amanti ebree che si era fatto nel bunker. Le altre volte per portare del cibo. Tra i fornitori di cibo del bunker c’era un altro personaggio ai confini della realtà. Figlio di un petroliere ebreo – la Galizia era all’epoca la “California d’Europa” -, ingegnere laureato a Parigi, avvenente, sempre elegante e con il farfallino, Naftali Backenroth era un mago nel trattare con i nazisti e aveva impiantato diversi campi di lavoro per rifornirli di beni e servizi vari salvando molte persone. Lo chiamavano per questo “il re degli ebrei”. La sua controparte era l’SS Felix Landau. Viennese, corpulento e armato di una frusta da cani, era il responsabile del lavoro ovvero della riduzione in schiavitù degli ebrei di Drohobycz. Si era autodefinito “Judengeneral”, il generale degli ebrei. Viveva in una villa requisita con l’amante Gertrude, che sposerà divorziando dalla prima moglie, ed era il “protettore” di Bruno Schulz, autore di un romanzo su Drohobycz, Le botteghe color cannella, considerato una delle vette letterarie del ’900. Basso e fragile, Schulz sapeva disegnare e dipingere benissimo, e aveva realizzato un murale con i motivi tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm nella villa di Landau. Prima della guerra, aveva insegnato disegno e lavoro manuale. Bernard Mayer era stato suo allievo e aveva un ricordo non buono di lui. Intervistato da Armano, ha raccontato che Schulz entrava senza guardare in faccia nessuno, lasciava un disegno da copiare e se ne andava per tornare solo alla fine dell’ora. Nella classe di lavoro manuale, quando il rumore era troppo forte, ordinava di deporre seghe e martelli e raccontava una favola ricollegando i turbolenti ragazzini “al cordone ombelicale dell’infanzia dove circola ancora il sangue del mistero”. Odiava insegnare perché sottraeva tempo alla scrittura ma doveva continuare a sgobbare per mantenere i nipoti e la sorella rimasta vedova dopo il suicidio del marito. Benché colmo di talenti, era nato sotto una cattiva stella diversamente da Naftali Backenroth. Backenroth riuscirà addirittura a farsi dichiarare “ariano” fabbricando falsi documenti in cui risultava essere il “bastardo” cioè il figlio illegittimo di un medico polacco antisemita. Il suo nome compare tra i giusti al museo della Shoah di Gerusalemme. Non c’è quello di Ivan Bur che aveva rischiato la pelle ma dietro compenso di sonanti monete d’oro e per tutta la vita terrà nascosto quello che aveva fatto temendo la riprovazione dei connazionali antisemiti. Solo poche centinaia degli oltre 15mila ebrei di Drohobycz sono sopravvissuti all’occupazione nazista. Tra questi non c’era Schulz, ucciso da un SS rivale di Landau durante “Il giovedì di sangue”, una “Aktion selvaggia” per le vie del ghetto, il 19 novembre 1942. Altri sono stati deportati ma la maggior parte venivano uccisi nel vicino bosco di Bronica, sopra fosse comuni e sotto il fuoco di una mitragliatrice.

Lotta per la sopravvivenza

Il racconto della avventurosa lotta per la sopravvivenza dei Mayer e di altre famiglie, unito a digressioni saggistiche e letterarie (Schulz, il Messia…), distingue Il ragazzo nel bunker dalla narrativa classica sulla Shoah. Siamo lontani dal pianeta del lager perché la vicenda si dipana nella città dove le vittime e alcuni carnefici sono nati e cresciuti. Compreso un professore di matematica di Mayer che gli toglierà il saluto ed entrerà nella famigerata milizia ucraina. L’intreccio di storie ricche di sfumature contrastanti – ci sono anche ebrei arricchiti collaborando con i nazisti – rende il libro una memoria collettiva della comunità vissuta in Galizia tra periodi di prosperità e violentissimi pogrom improvvisi, discriminazioni ataviche e aperture (soprattutto durante la dominazione asburgica) e infine lo sterminio e l’emigrazione dei sopravvissuti. I pochi scampati alla Shoah, usciti dai rifugi come fantasmi in mezzo all’ostilità dei polacchi che li consideravano complici dei sovietici, se ne andranno dopo vari assassini e il pogrom di Kielce del ’46: in America (i Mayer), Brasile (gli Schwartz), Israele come Hana Silashi. Al tempo della guerra era solo una bambina, ma si porterà “il bunker dentro” per sempre.

Questioni di stile

Nei giorni dedicati alla memoria della Shoah questo di Armano si propone come il libro ideale per una lettura a tratti inconsueta e cionondimeno “storicamente legittimata”. Il valore estetico-stilistico qui non prevale sul “vero”, ma che per parlare di Shoah si debba essere analiticamente-pedanti non sta scritto da nessuna parte. Questo libro ne è la prova. Degli orrori della Shoah insomma si può e si deve – e sottolineo il si deve, ancor più oggi fra le scelleratezze bizzarre (ad esser minimalisti!) di invasati no-vax come di complotto-negazionisti – continuare a scrivere a futura memoria. Come poi lo si faccia – senza scader per forza fra gli estremi di una ironia fine a se stessa o di una adesione “filologica per soli addetti” – è tutta un’altra storia!

Antonio Armano, Il ragazzo del bunker. Storia di Bernard Mayer, sopravvissuto alla liquidazione del ghetto di Drohobycz, Piemme, pp. 397, 18,90 euro

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