L’anima ardente del papavero - Il Sole 24 ORE

L’anima ardente del papavero – Il Sole 24 ORE

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Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori e dal dolore libri profumati di petali e pensieri. Nel 1903, Matilde Serao ha 47 anni: è conosciutissima nei circoli letterari e adorata, non solo perché ha già pubblicato (1884) uno dei suoi capolavori, Il ventre di Napoli. È una donna moderna, curiosa, instancabile, emancipata. Lei, nata a Patrasso nel 1856 da papà esule politico in Grecia e da mamma greca, vive di parole e incontri, scrive come se non ci dovesse essere domani. Nel 1892 ha fondato con il marito Edoardo Scarfoglio il quotidiano napoletano Il Mattino. Frequenta i salotti e i bassi, in una ricerca totale di luoghi e di persone. Affamata di vita, ha quattro figli maschi da Edoardo, un don Giovanni impenitente al quale chiede la separazione nel 1902 sfiancata dai tradimenti e dalla tragedia della cantante francese Gabrielle Bessard, amante del marito, che si suicida sull’uscio di casa Scarfoglio, davanti agli occhi di Matilde lasciandole anche la bambina nata da quella relazione extraconiugale.

La prima pubblicazione nel 1903

Il buio potrebbe sommergerla e soffocarne la passione ma le parole sono la scala che la riportano alla luce e a respirare il ritmo vitale: nel 1903 decide di pubblicare L’anima dei fiori, dove raccoglie articoli, novelle, bozzetti, piccoli reportage che raccontano rose e violette, crisantemi e papaveri, gigli e lillà. La prima edizione appare a Milano presso la Libreria Editrice Nazionale ma, complice forse la scomparsa della casa editrice, quel libro, che è uno scrigno croccante di luce e profumi, non viene mai più ripubblicato. Ci ha pensato, con merito e coraggio, la casa editrice Spartaco di Santa Maria Capua Vetere, proponendo il gioiello di Matilde Serao in una serie di volumetti particolarmente ricercati ed eleganti, arricchiti dai delicati acquerelli di Angelo Maisto. Per ora sono cinque (Per amarvi, o fiori!; Le rose; Le violette; Il mandorlo, il gelsomino, il papavero; Il crisantemo, il giglio, i lillà, il garofano), ce ne saranno altri tre entro il 2023 per la cura, preziosa e attenta, della giornalista e ricercatrice Donatella Trotta.

La tradizione dei libri di botanica e del Japanisme

Matilde Serao, sei volte candidata al Nobel, la «George Sand partenopea», la «più forte prosatrice d’Italia» (Giosuè Carducci) e considerata oltreoceano un «caso» esemplare (Henry James), cura i suoi figli, viaggia molto, è sempre alla scrivania: spulcia fra i testi scritti per oltre 150 testate e pubblica il suo gioiello, un hortus conclusus di sentimenti, costume e arte. Lei stessa, onnivora, attenta agli ultimi e al bel mondo dei reali, è un fiore prezioso così sensibile da donarci pagine piene di cronaca, poesia e sogno, ed eredi di certa tradizione di libri di botanica, del Japanisme imperante e di autori, da Poliziano a Lorenzo de’ Medici a Baudelaire con il suo Maggio odoroso, che sono stati imbevuti di natura. L’anima dei fiori propone pinakes di parole, haiku dolcissimi in cui l’autrice intreccia righe e colori come ghirlande: «Ogni anima, anche la più umile, anche la più oscura, ha nei suoi inesplorati abissi un fiore che spunta, una gemma che s’irradia, una luce che rifulge». E, se è così, come non restare ammaliati dai suoi schizzi: si percorrono certe vie di Napoli con i fiorai che offrono mazzolini fragranti, ci sono le estati mediterranee carnali e voluttuose, si assaporano certi cieli del Golfo o i balconi che a febbraio si popolano e diventano giardini pensili, eco di verde, riverbero e imitazione del paradiso.

Circondatevi di violette, rose e mandorli

La scrittrice invita ad abbellire le case con i fiori, «poesia immortale della Terra» che parlano un linguaggio sconosciuto «che voi non intendete ma che vi esalta». Come questi schizzi floreali che alla bellezza dei fiori legano anche tanta simbologia, cristiana e non solo: «Le violette sono i fiori dell’amore e del dolore, dell’amicizia e della tenerezza, di chi sparisce e di chi resta, di chi spera e di chi non spera più». Il mandorlo combatte la sua buona battaglia «perché è imprudente e ama la vita, perché è imprudente e ha fretta di vivere»; il papavero è «fiamma viva, ardente come una speranza» con «un profumo non dolce, non grato, ma con le ascose seduzioni delle bellezze selvagge».

La leggerezza è offerta a mazzi, tutto sembra conosciuto, eppure da queste righe odorose sale la brezza ristoratrice di certe sere d’estate e dona certezze che consolano: «Che importa se il ramoscello del lillà dura un solo giorno? Importa che le cose belle esistano, non già che appartengano a tutti; importa che esse vivano, non già che durino immortali». E cosa c’è di più bello e insieme caduco di un fiore? Per questo, l’invito di Matilde Serao, è uno solo: «Fiorite la vita!».

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